Dott. Caglieri Simone

Consulente aziendale, esperto in controllo di gestione

Rassegna stampa

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I principali fatti del giorno in pillole per le imprese: economia, finanza, fisco, procedure fallimentari, consulenza del lavoro e finanziamenti.

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CORONAVIRUS, RIPARTE IL CALCIO MA NON LE FIERE, ORA BASTA

Posted on 4 June, 2020 at 8:50

«Ad oggi, mentre riparte il calcio, riaprono ombrelloni, musei e i parchi di divertimento, non sappiamo quando potremo riattivare la nostra forza propulsiva a sostegno del Paese. Contiamo che i tempi della riapertura delle attività fieristiche siano definiti al più presto». L’appello di Maurizio Danese, presidente di Veronafiere e vicepresidente di Aefi, arriva in occasione della Giornata mondiale delle Fiere indetta da Ufi (Global association for the exhibition industry) e celebrata a padiglioni chiusi.

 

Secondo Aefi (Associazione esposizioni e fiere italiane), sono circa 1.000 le manifestazioni fieristiche organizzate dal settore ogni anno (oltre 200 le internazionali e 89 quelle organizzate all’estero). È pari a circa 60 miliardi di euro il volume d’affari annuale generato dalle 200 mila imprese italiane espositrici e dai 20 milioni di operatori provenienti dall’Italia e da tutti i paesi del mondo. Il 50% delle esportazioni nasce da contatti originati dalla partecipazione alle manifestazioni fieristiche. Il lockdown fieristico ha determinato la cancellazione o rinvio degli eventi programmati nel primo semestre del 2020, con un danno per le sole realtà di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, le tre regioni dove si concentra il 75% delle manifestazioni internazionali italiane, di circa 700 milioni di euro più l’indotto.

 

Per il direttore generale della Spa, Giovanni Mantovani: «Veronafiere è pronta a ripartire: in questi mesi abbiamo ridisegnato strategie e strumenti per assicurare il business ai nostri comparti produttivi. Ora servono risposte dal Governo: la certezza della data di riapertura, l’approvazione dei protocolli presentati congiuntamente con i principali player del settore, un sostegno adeguato per evitare un pericoloso avvitamento finanziario».


FONTE: LA STAMPA



INIZIA LA FASE 3 MA PER L'INDUSTRIA DELL'OSPITALITA' CONTINUANO LE INCERTEZZE

Posted on 4 June, 2020 at 8:15

L’industria dell’ospitalità continua a navigare a vista. Persi anche gli ospiti del week end del 2 giugno a causa del lockdown il settore turistico ha così visto sfumare un altro miliardo di introiti arrivando così a un totale di 26 miliardi di ricavi persi nell’arco di 100 giorni a causa del virus cinese e dal blocco della mobilità planetaria. Senza ospiti, turisti attualmente il 95% delle strutture alberghiere non ha ancora riaperto mentre praticamente tutti i lavoratori del settore sono ancora in attesa di ricevere la cassa integrazione. È quanto evidenzia una nota di Confindustria Alberghi che sottolinea come gli effetti delle misure di sostegno alle imprese del comparto non si vedono ancora. Ormai il 2020 sembra un anno “perso” perché nell’industria turistica le camere invendute, per esempio il 2 giugno, restano tali. Non c’è magazzino, non ci sono saldi o offerte speciali. L’invenduto resta tale. Stop. Difficile fare previsioni su come la domanda si svilupperà nelle prossime settimane. Quasi impossibile immaginare i trend dell’incoming, il turismo dall’estero che da sempre ha salvato le stagioni negli anni di crisi interna e la bilancia dei pagamenti. Da qui la richiesta di Confindustria Alberghi di interventi urgenti e mirati per la sopravvivenza del settore i cui costi fissi sono lievitati a causa dei maggiori oneri per la sanificazione e la prevenzione anti Covid.

 

Da qui il pacchetto di richieste avanzato da Confindustria Alberghi a partire dal rientro al lavoro degli addetti oggi in cassa integrazione prevedendo che il valore degli ammortizzatori sociali si trasformi nella riduzione del costo del lavoro. Si tratta di un intervento a costo zero per lo Stato ma per i lavoratori ci sarà il ritorno alla piena retribuzione e le imprese potranno riaprire con un modello di costi più sostenibile.

 

«Abbiamo di fronte a noi un periodo di grosse incertezze e un percorso totalmente in salita. Le nostre strutture sono ancora chiuse e per quelli che apriranno, i prossimi mesi saranno quasi certamente caratterizzati da una bassissima occupazione – spiega Maria Carmela Colaiaicovo, Vice Presidente di Associazione Italiana Confindustria Alberghi -. Il problema che più ci preoccupa è che molti operatori non possano riaprire in assenza della necessaria sostenibilità economica. I flussi di cassa si sono interrotti drasticamente i primi di marzo e per questo auspicavamo in un intervento del Governo che sostenesse le imprese in questa situazione di assoluta gravità. Sono necessarie misure subito efficaci che rendano possibile la ripresa dell’attività e mettano a riparo le imprese del settore dagli appetiti di speculatori, o peggio della malavita».


FONTE: SOLE24ORE



LA BUROCRAZIA FERMA LA LIQUIDITA' DELLE AZIENDE

Posted on 4 June, 2020 at 7:30

La burocrazia ferma la liquidità. Soprattutto quella alle piccole imprese. Le garanzie previste dal decreto liquidità stanno incontrando una serie di blocchi da parte degli istituti di credito che, in alcuni casi, hanno anche agganciato polizze assicurative alla concessione dei finanziamenti con garanzie statali. È quanto emerge da un sondaggio promosso da Confprofessioni, in collaborazione con l'Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili (Ungdcec), che ha coinvolto oltre 900 commercialisti che, negli ultimi due mesi, hanno affiancato circa 15 mila imprese nella gestione dei finanziamenti richiesti alle banche. Il sondaggio punta ad analizzare l'attività, i tempi di erogazione dei prestiti alle imprese e i comportamenti del sistema bancario per favorire l'accesso al credito, alla luce del decreto del decreto legge n. 23 dell'8 aprile 2020 che, attraverso il Fondo di garanzia per le Pmi, garantisce) fino a 100 miliardi di euro di liquidità al sistema produttivo italiano colpito dalla pandemia. «Se il 95% delle imprese», si legge nella nota Confprofessioni, «ha richiesto prestiti, prevalentemente sotto i 25 mila euro, contando sulle garanzie dello Stato, le banche hanno risposto alzando un muro di burocrazia che, di fatto, ha chiuso i rubinetti del credito, pregiudicando seriamente la continuità aziendale di migliaia di imprese, già compromessa da oltre tre mesi di inattività a causa del Coronavirus».

Secondo le segnalazioni dei commercialisti coinvolti nel survey di Confprofessioni, la quasi totalità degli imprenditori che ha richiesto un prestito ha dovuto, nonostante il lockdown, esibire documenti e superare istruttorie e «non sono isolati i casi nei quali le banche abbiano richiesto situazioni prospettiche relative al 2020, la presentazione di garanzie personali per la parte non coperta dalla garanzia statale o agganciato alla concessione del credito la vendita di prodotti come il Pos o polizze vita. Risultato: dopo una trafila di 30-40 giorni, le imprese che sono riuscite ad attraversare il labirinto burocratico degli istituti di credito si contano sulle dita di una mano. A oggi dicono i giovani commercialisti, sono pochissime le erogazioni sotto i 25 mila euro, nessuna sopra i 25 mila euro. Un dato che non meraviglia poiché alcuni istituti bancari hanno rifiutato l'accesso al credito per la non convenienza dell'operazione». Una delle domande del questionario è riferita proprio alle richieste di prestito inferiori a 25 mila euro, coperti al 100% dalla garanzia dello Stato. In questi casi, «sebbene la funzione degli istituti di credito sia limitata a trasferire il modello compilato al Fondo di garanzia, nel 90% dei casi le banche hanno richiesto documenti non previsti e hanno aggiunto valutazioni di merito, non dovute, sui beneficiari», fanno sapere da Confprofessioni.

«I risultati che emergono da questa indagine sul campo sono inequivocabili», le parole del presidente di Confprofessioni Gaetano Stella. «Con queste premesse è fuori discussione che le attese di liquidità e di tempestiva collaborazione sono state in gran parte disattese dal sistema bancario». Non ci meraviglia più di tanto l'atteggiamento delle banche, sempre più restie a concedere finanziamenti alle imprese, anche a fronte di una garanzia dello Stato, ma crediamo si tratti di una strategia miope che rischia di mettere in ginocchio l'intero tessuto economico del nostro paese» il commento di Matteo De Lise, presidente dell'Ungdcec.


FONTE: ITALIAOGGI



CREDITO D'IMPOSTA SULLE LOCAZIONI DI IMMOBILI ANCORA IN STAND BY

Posted on 3 June, 2020 at 13:45

Il credito di imposta sulle locazioni di immobili ad uso non abitativo, di cui all’art. 28 del DL 34/2020, non è immediatamente utilizzabile.

Infatti, sebbene la norma non richieda un provvedimento attuativo, non è stato ancora emesso il codice tributo necessario per utilizzare il compensazione in credito in F24.

D’altronde, sebbene sia stata prevista la possibilità di cedere il credito, a norma dell’art. 122 del DL 34/2020, per l’operatività di tale norma è necessario un decreto attuativo.

Tale decreto potrebbe, tra il resto, chiarire le modalità per cedere il credito direttamente al locatore. Infatti, il tenore letterale della norma, in tal caso, non sembra legittimare una compensazione immediata tra canone di locazione e corrispettivo per la cessione del credito, tenuto conto del fatto che il sorgere del credito (e quindi anche la possibilità di cederlo) richiede come presupposto il pagamento del canone.


FONTE: EUTEKNE



EXPORT, ECCO LE PROVINCE PIU' ATTIVE

Posted on 3 June, 2020 at 10:15

Se l’export è la forza trainante dell’economia italiana, ora che la ripartenza è cominciata è alle province più dinamiche e attive nel commercio verso l’estero che bisogna guardare. Quali sono? Un’analisi di Cribis — la società del gruppo Crif specializzata nella business information - mette sul podio tra le aree più votate all’export, Vicenza, con l’11,9% di imprese sul totale di quelle attive sul territorio, seguita da quelle di Lecco (11,4%) e di Varese (11,1%). È quanto emerge da un’analisi sulle aziende italiane effettuata da Cribis attraverso Margò, la sua nuova piattaforma per lo sviluppo commerciale. Ma c’è anche un dato in controtendenza: solo il 4,6% delle imprese italiane dimostra un’elevata propensione all’internazionalizzazione.

 

Il Nord è l’area geografica con la percentuale più alta (74,6%) di aziende che investono maggiormente all’estero, hanno avviato attività di export, fanno parte di filiere internazionalizzate o di grandi gruppi globali. «Le aziende italiane, in particolare le Pmi, stanno affrontando la ripartenza dopo il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19, con difficoltà per il made in Italy e le nostre esportazioni», dichiara Marco Preti, amministratore delegato di Cribis. «Mai come in questo momento è necessaria la massima attenzione per non perdere posizioni nella catena produttiva internazionale e far sì che la ripartenza diventi un’occasione di rilancio».

 

 

A livello provinciale, alle spalle di Vicenza, Lecco e Varese troviamo nell’ordine Como e Monza e Brianza (pari merito con il 10,3%) e solo dopo Milano con il 9,7%, che ovviamente è in testa per numeri assoluti (12,9% del campione preso in esame). Chiudono la classifica Crotone, Sud Sardegna, Vibo Valentia, Cosenza, Reggio Calabria e Nuoro, tutte con lo 0,5%. Per quanto riguarda i settori merceologici, a livello macro guardano ai mercati esteri soprattutto «industria e produzione» (62,7%), «commercio all’ingrosso» (19,9%) e «servizi» (9,6%), mentre fra i micro-settori il più rappresentativo è quello dell’ «industria manufatti in metallo» (3,8%), seguito da «commercio all’ingrosso» (2,6%), «servizi commerciali» (2,5%) e «industrie della gomma e plastica» (2%).

 

Sul podio della classifica regionale stilata da Cribis in testa c’è la Lombardia (9,3%), seguita da Veneto (7,9%) e Friuli Venezia Giulia (7,4%). In classifica ci sono poi Emilia-Romagna (6,6%) e Toscana (6,2%), mentre all’ultima posizione c’è la Calabria (0,5%), preceduta da Sardegna, Basilicata (entrambe con lo 0,7%) e Molise (0,8%).


FONTE: CORRIERE DELLA SERA



IL DIGITALE PUO' SPINGERE LA RIPRESA MA LE AZIENDE DEVONO AUMENTARE I PRODOTTI E I SERVIZI OFFERTI

Posted on 3 June, 2020 at 8:30

Conquistare o rafforzare la fiducia degli utenti; incrementare il numero dei servizi o dei prodotti offerti; puntare su un’esperienza che sia fruibile (in modo semplice) e non trascuri la componente umana dell’interazione. Sono queste le tre direttrici che aziende, attività, professionisti e pubblica amministrazione dovrebbero seguire per mantenere vivo, e migliorare, il legame instaurato con gli italiani durante il periodo di lockdown. Facendo del digitale un driver della ripresa.

La “sveglia” arriva dai risultati dell’indagine «Digital sentiment insights» di McKinsey segmentati per il mercato italiano. Che confermano quanto le restrizioni imposte dal governo a marzo abbiano influito sull’approccio degli italiani al digitale: durante l’emergenza Covid-19 la percentuale di persone che ha utilizzato almeno un servizio digitale è arrivata al 95%, segnando un +11% rispetto al periodo pre-emergenza, e ogni utente ha ampliato (+53%) il range di settori fruiti online. Non si può definire una “conversione” spontanea, visto che con il coronavirus si sono pressoché azzerati i contatti sociali vis-à-vis, è arrivata la serrata delle attività non indispensabili e davanti a supermercati e farmacie si sono formate lunghe code. Gli italiani hanno cercato di colmare virtualmente proprio queste lacune: i settori che hanno registrato i maggiori incrementi di utilizzo, oltre a un’incidenza importante di nuovi utenti, infatti, sono i social media e l’alimentari-spesa. «Ci aspettavamo l’ incremento - racconta Andrea Del Miglio, senior partner McKinsey & Company e responsabile digital&analytics per il Mediterraneo -, ma ciò che emerge dalla nostra indagine è che le nuove abitudini sviluppate durante il lockdown sono destinate a durare: il 69% dei nuovi utenti ha ammesso che continuerà a utilizzare il canale digitale con la stessa frequenza anche ad emergenza finita. Quindi, per le aziende che non lo avessero già fatto, è il momento di investire ora in questo canale, puntando non solo su idee buone ma rendendole funzionali ed efficaci».

Offerta da migliorare

Se gli italiani, indipendentemente dal fatto che siano internauti d’esperienza o nuovi utenti, si dicono soddisfatti delle soluzioni digitali(specialmente quelle legate all’intrattenimento, un altro settore molto utilizzato durante il lockdown), una fetta consistente degli intervistati (37% in media, con un picco del 46% nella fascia 25-34 anni) ha manifestato una condizione particolare: il non aver fruito del servizio nonostante ne abbia avuto bisogno. A “bloccare” gli utenti è stata in primis la mancanza di un’interazione umana (infatti il 40% ha preferito rivolgersi a un call center) seguita dalla mancanza di fiducia nel canale online (24%), dall’indisponibilità del prodotto o servizio (18%) e dalla difficoltà di utilizzo (18%). «La mancanza di prodotti e servizi online è un fatto - continua Del Miglio - e le aziende devono cogliere questa opportunità in un momento in cui il livello di digitalizzazione è cresciuto». Certo, non tutte le realtà possono permettersi di implementare in breve tempo una piattaforma: «La soluzione è fare sistema, appoggiandosi ai grossi player che in questo momento stanno lanciando soluzioni anche per i piccoli».

Il nodo della fiducia da conquistare

Più complessa è la questione della fiducia: uno su quattro tra gli italiani che hanno ammesso di non aver usato il digitale pur avendo bisogno di un servizio prodotto,ha rinunciato perché non si fida del canale.

La percentuale sale soprattutto quando si parla di abbigliamento (38%)- un segmento in cui la componente “fisica” gioca un ruolo particolarmente importante, visto che si tratta di prodotti da indossare - ma anche di banche (35%). «La mancanza di fiducia è legata sia al fatto che una porzione di intervistati non vuole fornire dati personali - commenta Del Miglio - sia al timore di frodi informatiche. Eppure, per esempio, il settore bancario italiano offre sistemi di protezione molto sofisticati rispetto a quello di altri Paesi: le aziende dovrebbero cominciare a promuovere più visibilmente le loro best practice per rinsaldare il rapporto di fiducia con i consumatori finali».


FONTE: SOLE24ORE



PERSI 274MILA POSTI AD APRILE

Posted on 3 June, 2020 at 7:50

Mercato del lavoro a picco nel mese di aprile. Nel pieno del lockdown gli occupati sono calati di 274 mila unità in un solo mese. È quanto mettono in evidenza i dati diffusi oggi dall'Istat, che parla di "marcata diminuzione", ancora più accentuata rispetto al mese di marzo.

I dati di oggi consegnano anche l'illusione ottica di un drastico calo del tasso di disoccupazione, che scende dall'8% al 6,3%. Il dato, che rappresenta il numero di persone che cercano un lavoro e non lo trovano sul totale della popolazione attiva, riflette però un tracollo delle persone in cerca di un impiego (-484 mila, pari a un calo del 23,9%), che si ripercuote inevitabilmente anche sul numero di inattivi, cioè sul numero di persone che non hanno un lavoro, né lo cercano, schizzati di 746 mila unità.

Scorporando i dati per genere e tipologia si osserva come la crisi abbia colpito più duramente le donne degli uomini. Se il numero degli occupati è calato percentualmente in maniera analoga (-1% per gli uomini e -1,5% per le donne), colpisce il dato sui disoccupati. In un solo mese è calato di quasi un terzo il numero di donne in cerca di un impiego (-30,6%) a fronte del 17,4% degli uomini.

Rispetto invece alla posizione professionale e al carattere dell'occupazione, il calo in valore assoluto è molto più marcato tra i dipendenti (-205mila) rispetto agli indipendenti (-69 mila), anche se in termini percentuali la flessione è superiore per i secondi (-1,3% contro il -1,1%). Tra i primi spicca poi il drastico calo degli occupati a termine, in calo di 129 mila unità rispetto al -76mila dei cosiddetti "permanenti", cioè a tempo indeterminato.


FONTE: LA REPUBBLICA



LA NORMATIVA IVA SUL COMMERCIO ELETTRONICO INDIRETTO

Posted on 1 June, 2020 at 16:20

Il commercio elettronico – inteso come il settore inerente le vendite di beni e servizi via Internet – si distingue in due diverse tipologie:

Commercio elettronico indiretto, quali cessioni cessioni di beni materiali che si concludono (ordini e, in alcuni casi, pagamento) mediante mezzi elettronici ma la cui consegna avviene con i canali tradizionali come il servizio postale o il corriere. Ai fini Iva, queste operazioni hanno natura di cessioni di beni mobili pertanto sono assoggettabili alle norme ordinarie iva che regolano le transazioni domestiche, le esportazioni, le importazioni e le cessioni comunitarie;

Commercio elettronico diretto, quali cessioni di beni virtuali o prestazioni di servizi effettuati (ordine, consegna e pagamento) tramite web o dispositivi mobili cioè direttamente scaricabili per via telematica. Rientrano in questa fattispecie, a titolo esemplificativo, la fornitura di applicazioni per smartphone, di libri, di immagini, di software, di musica, di filmati, di giochi, ecc.

Il commercio elettronico indiretto si divide in due diverse tipologie:

- E-commerce indiretto in ambito nazionale: le vendite per corrispondenza.

Per tali vendite sono applicabili le regole generali interne iva per la cessione di beni anche se sono esonerate dall’obbligo di fatturazione/scontrino, salvo il caso in cui venga richiesta dal cliente.

- E-commerce indiretto in ambito comunitario: le vendite a distanza.

A sua volta l’e-commerce indiretto in ambito comunitario si divide in:

a) Le cessioni di beni verso non soggetti passivi (= privati) in Italia da cedenti in altro Stato membro, sono soggetti ad IVA in Italia attraverso l’identificazione diretta o la nomina di un rappresentante fiscale.

Qualora il cedente comunitario, nell’anno solare in corso e in quello precedente, abbia effettuato vendite a distanza in Italia per un ammontare inferiore alla soglia di 35.000 euro (art. 24 co. 7 lett. b) n. 1) della L. 88/2009) l’imposta deve essere assolta nello Stato membro di origine (Stato di partenza dei beni) a meno che non venga esercitata l’opzione per l’applicazione dell’IVA in Italia;

b) Le cessioni di beni effettuate da soggetti passivi iva italiani nei confronti di privati stabiliti in altro Stato UE, sono soggetti ad iva nel paese dell’acquirente in base alle norme e alle aliquote vigenti in tale Stato con conseguente obbligo per il cedente nazionale di identificarsi ai fini IVA o nominare un rappresentante fiscale per assolvere l’imposta. Laddove il cedente nazionale nell'anno solare in corso e in quello precedente, abbia realizzato vendite a distanza nell'altro Stato membro per un ammontare inferiore alla soglia comunitaria di 100.000 euro, o alla minore soglia stabilita da quest'ultimo Stato, le vendite si considerano effettuate in Italia salva la possibilità di optare per l’applicazione dell’IVA nello Stato di destinazione dei beni.

Qualora in corso d’anno vengano superati i limiti sopra indicati, le operazioni già eseguite nel periodo precedente al superamento si intendono effettuate nello Stato membro di origine mentre, a partire dalla cessione che ha determinato il superamento della soglia, opera la regola di assolvimento dell’imposta in base al principio di destinazione che avrà effetto per tutte le vendite a distanza effettuate nella restante parte dell'anno e in quello successivo. Le soglie per l’applicazione del regime in analisi variano da uno Stato membro all’altro.


Dott. Caglieri Simone



 

ENTRO IL 16 SETTEMBRE RIPRESA DEI VERSAMENTI INAIL SOSPESI

Posted on 1 June, 2020 at 15:55

L’INAIL, con la circ. 27.5.2020 n. 23 relativa alla ripresa degli adempimenti e dei versamenti sospesi a causa dell’emergenza sanitaria da COVID - 19, ha reso noto che, ai sensi degli artt. 126 e 127 del DL 34/2020 (c.d. DL “Rilancio”), i versamenti sospesi sono effettuati, senza applicazione di sanzioni e interessi:

- in un’unica soluzione entro il 16.9.2020;

- oppure mediante rateizzazione, fino a un massimo di quattro rate mensili di pari importo, con il versamento della prima rata entro il 16.9.2020. In tal caso, l’importo di ciascuna rata non potrà essere inferiore a 50,00 euro.

Inoltre, la circ. 23/2020 rende noto che sta per essere ultimato il servizio online che dovrà essere utilizzato per comunicare la fruizione, da parte degli interessati, della predetta sospensione, indicando la disposizione applicata e dichiarando di possedere i requisiti necessari per fruirne.


FONTE: EUTEKNE



E' CROLLO DELLA SPESA TURISTICA: QUESTA ESTATE SI PERDERANNO 65 MILIARDI

Posted on 1 June, 2020 at 10:05

Una perdita secca di 65 miliardi di euro di spesa turistica nell’estate 2020 di cui 44 in capo ai viaggiatori italiani e i restanti dagli ospiti dall’estero. Gli operatori del settore si preparano a fare i conti con attivi dimezzati e la perdita di 31 milioni di visitatori: il che comporta una flessione di 108 milioni di pernottamenti. Non basteranno a salvare la stagione gli ospiti provenienti dai paesi Ue, i cosiddetti mercati di prossimità, previsti in aumento. Prima di arrivare nel Belpaese dovranno però sfidare frontiere chiuse, come quelle austriache presidiate addirittura dal’esercito in spregio ai trattati comunitari o non imboccare quei “corridoi” bilaterali studiati per evitare di arrivare in Italia. Comunque secondo l’ultimo bollettino realizzato dall’Enit - Agenzia nazionale del turismo con il Mibact - questi ospiti dovrebbero segnare un + 56 per cento.

Incognita arrivi dall’estero

Guardando le previsioni per la clientela domestica si stima un calo di quasi un terzo dei visitatori pari a 16 milioni e si perderanno 46 milioni di pernottamenti. Si guarda con una certa speranza a quei 40 milioni di italiani che in passato facevano vacanze all’estero e quest’anno resteranno in Italia. Quasi impossibile prevedere una possibile ripresa degli arrivi dall’estero perché da mercati chiave come, per esempio, la Cina dove è ancora sospesa la vendita di pacchetti per viaggi all’estero.

Si spera nella scelta degli italiani esterofili “costretti” a stare in Italia

Secondo i dati Enit, l’Italia pur avendo il maggior numero di prenotazioni in corso per l’estate, realizza il calo più profondo pari a -81,4%, rispetto al -80,1% della Francia e al -77,5% della Spagna. Il turismo italiano ha sempre registrato presenze massicce di clienti stranieri e quindi risente di più della diminuzione del turismo internazionale. L’Italia con il 40% di viaggiatori esterofili ha comunque un potenziale maggiore nella sostituzione dei viaggi domestici ai viaggi outgoing rispetto alla Spagna (28% in uscita) e alla Francia (25%).


FONTE: SOLE24ORE




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