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PENSIONI FUTURE PIÙ BASSE: GIOVANI PENALIZZATI TRA SALARI DEBOLI E CRISI DEMOGRAFICA

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  • Feb 12
  • 2 min read

Chi va in pensione oggi percepisce un assegno pari in media all’81,5% dell’ultima retribuzione. Chi invece entra ora nel mercato del lavoro e andrà in pensione intorno al 2060 dovrà accontentarsi del 64,8%. Una differenza di quasi 17 punti percentuali che fotografa un divario generazionale sempre più marcato.

È quanto emerge dal nuovo Focus “Pensioni, ipoteca sul futuro?” elaborato da Censis e Confcooperative, presentato dal presidente Maurizio Gardini. A parità di carriera (38 anni continuativi nel settore privato) e di età pensionabile (67 anni), il tasso di sostituzione netto scenderà dall’81,5% per chi ha iniziato a lavorare nel 1982 al 64,8% per chi ha iniziato nel 2022. La distanza tra ultima retribuzione e primo assegno pensionistico quasi raddoppia: dal 18,5% al 35,2%.

Il paradosso è evidente: nonostante prospettive più penalizzanti per le nuove generazioni, l’Italia registra la spesa pensionistica più alta in Europa in rapporto al Pil (15,5% nel 2023 contro una media Ue del 12,3%). Un dato legato all’invecchiamento della popolazione – quasi la metà degli italiani ha più di 50 anni – e alle scelte previdenziali degli ultimi decenni.

A incidere sugli assegni futuri è anche il livello dei salari. L’Italia è al 25° posto in Europa per incidenza dei salari sul Pil: 28,9%, contro il 44,9% della Germania, il 38% della Francia e il 37,1% della Spagna. Un ritardo strutturale che si trascina da trent’anni e che comprime sia il reddito attuale sia le future pensioni, calcolate in larga parte con il metodo contributivo.

Il quadro è aggravato dalla dinamica demografica: tra il 2025 e il 2050 la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) diminuirà di 7,7 milioni di persone (-20,5%). Meno lavoratori attivi significheranno meno contributi versati e maggiori tensioni sulla sostenibilità del sistema.

Il problema, però, è già presente. Nel 2024 il 10,3% degli occupati tra 18 e 64 anni è a rischio povertà: circa 2,4 milioni di working poor. Tra i giovani (20-29 anni) la quota sale al 12% (349mila persone). Le famiglie con persona di riferimento operaia registrano un’incidenza della povertà assoluta del 15,6%, contro il 2,9% di dirigenti, quadri e impiegati.

Qualifica professionale, livello salariale e continuità contributiva diventano così fattori decisivi non solo per il tenore di vita presente, ma anche per la sicurezza economica futura.


FONTE: LA STAMPA



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